Moda maschile, cosa ci dice la London fashion week

Moda maschile, cosa ci dice la London fashion week

Calendario accorciato e fuga di grandi nomi. La London fashion week men ad un bivio traccia la strada del futuro della moda

Lunedì si è conclusa la London fashion week delle collezioni maschili ed è dunque tempo di bilanci. Non posso esimermi, visto il nome di questo blog! E poi perché è stata una settimana interessante perché solleva interrogativi sul futuro della moda (non solo maschile) e della London fashion week men’s stessa.

Innanzitutto l’assenza sempre più vistosa dei grandi nomi della scena fashion inglese. Alcuni, come Burberry e JW Anderson, hanno scelto la strada di unificare la presentazione delle collezioni maschili con quelle femminili, dunque unificando le sfilate. Ma anche giovani star come Grace Wales Bonner (vincitrice del premio LVMH e considerata una promessa del mondo della moda) e Craig Green hanno fatto bye bye: la prima ha preferito saltare del tutto la sfilata a favore di appuntamenti privati; il secondo ha scelto Firenze come palcoscenico (sarà infatti a Pitti Uomo che inizia subito dopo la London fashion week men).

London fashion week men’s a rischio?

Di conseguenza è stato accorciato il calendario, che da quattro giorni è sceso a tre. Il che non ha fatto altro che alimentare il dubbio che la London fashion week maschile possa non arrivare alla prossima edizione.

Ma c’è anche chi vede il bicchiere mezzo pieno. L’assenza dei grandi nomi, si dice, lascia spazio ai nuovi talenti. Il che mi ricorda molto la situazione di Altaroma (la cui prossima edizione si svolge dal 28 giugno al 1 luglio agli Studi di Cinecittà).

Di fatto, siamo di fronte a cambiamenti epocali che, piaccia o no, cambieranno (almeno sul lungo periodo) il sistema delle sfilate così come lo conosciamo. La tendenza ad unificare la presentazione delle collezioni maschili con quelle femminili non è solo un’esigenza di semplificare e risparmiare (tempo e denaro). E’ anche la conseguenza di una domanda sociale. I consumatori sempre meno danno importanza al genere. Maschi e femmine (soprattutto tra i millennials, cioè coloro che saranno i consumatori di domani) si vestono allo stesso modo, quando non si scambiano i vestiti (lo street wear docet). Maschile e femminile non sono più due fisicità, ma due attitudini, che possono mischiarsi a seconda delle occasioni, dell’umore, dei luoghi.

Perciò, le case di moda – alle prese con la necessità di sfornare continuamente pre-collezioni, capsule e cruise per rispondere alla fame di novità – tagliano nel posto più ovvio. E realizzano collezioni sempre più genderless.

Moda, nuovi punti di vista

Il che sembra paradossale, se è vero che proprio la moda maschile ha prodotto i cambiamenti più radicali degli ultimi quarant’anni (altrimenti non si spiegherebbe il successo sempre maggiore di Pitti Uomo, sempre meno “fiera” e sempre più laboratorio di tedenze).

Non è detto che sia un male, inoltre, il fatto che si aprano spazi e si accendano i riflettori sui nuovi talenti. Una ventata di aria fresca potrebbe essere salutare per la moda nel suo complesso. A patto che i designer emergenti non siano meramente degli “illetterati glitterati” (per dirla con Angelo Flaccavento), cioè persone capaci di stupire, ma sotto il cui vestito c’è poco o nulla. Se, al contrario, saranno in grado di offrire alle persone non ciò che esse vogliono (cioè di essere stupite e basta) ma ciò che non si aspettano. Vedremo.

Made in UK

Intanto vediamoli (alcuni di) questi nuovi talenti della scena fashion londinese.

A-Cold-Wall

Samuel Ross ha collaborato con Virgil Abloh e ha un background in grafica e design. Il che si riflette in modo chiaro nella sua collezione (parliamo della primavera/estate 2019, naturalmente). Con la quale Ross racconta una storia non felice. Servono protezioni per sopravvivere all’urto con il “muro freddo” o meglio per scansarlo: imbottiture, gonfiabili, pannelli asimmetrici. Più curve e meno angoli; attenzione ai dettagli e handmade. A-Cold-Wall, insomma, è uno spazio concettuale, delimitato dal design, ma anche una risposta sartoriale alla cultura di strada inglese e, persino, allo spirito del movimento operaio britannico. Samuel Ross, infatti, ha lanciato il suo brand A-Cold-Wall nell’autunno del 2015 per riflettere sulle disparità egemoniche e sull’influenza giovanile nella moda contemporanea. Comunque, a me ricorda molto Vetements… Che ne pensate?

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Matthew Miller

Il suo è un “paradiso perduto”. Così, almeno, si intitolava la sfilata di Matthew Miller che ha presentato una collezione da sopravvivenza, utilitaristica: gilet militari con mille tasche, occhiali di sicurezza, custodie ermetiche Peli (in giallo acceso) come quelle usate dai fotografi di guerra. Tipici di Miller (che l’anno scorso ha vinto il ‘Woolmark Prize’) i giubbotti imbottiti che sembrano armature e l’uso di materiali simili a quelli usati per certe coperte termiche (quelle, per capirci, con una lamina inferiore argentata). Un paradosso, perché, al contrario Miller sostiene di aver effettivamente trovato il paradiso nell’atteggiamento di una nuova sottocultura impegnata per la conservazione del pianeta. Cosa che lo ha infuso di ottimismo. Collezione interessante, che ve ne pare?

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Xander Zhou

Forse lo stilista più interessante sulla piazza londinese. Ha immaginato un futuro di liberazione tecnologica, dove ogni stereotipo viene spazzato via. Sono le sue radici asiatiche (è originario di Pechino) ha dare l’impronta, alla ricerca di una connessione tra misticismo e corsa sfrenata alla modernità tipici del continente asiatico, già ribattezzato “tecno-orientalismo. Xander Zhou va persino oltre, immaginando un universo futuro in cui “tipi” diversi coesistono (uomini, androidi o alieni che siano) e spariscono invece le tradizionali categorie (etiche, razziali, sessuali, culturali): vedi gli uomini “incinti”. Il tutto esemplificato da improbabili (quanto ben riusciti) accoppiamenti:  maniche da ciclismo sotto camicie da bowling; camicie formali  sopra pantaloni sportivi in spugna; mini-pantaloncini imbottiti indossati sopra pantaloni attillati.

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Cottweiler

E’ il marchio fondato dal duo Ben Cotrell e Matthew Dainty. Quest’ultima collezione trae ispirazione da un’esperienza di ritiro tra le Blue Mountains dell’Australia. L’idea è di evadere, anche in modo ironico, dalle costrizioni, di sentirsi rilassati. Di scherzarci su. Da prendere sul serio, invece, la capacità di Cottweiler di rinnovarsi: le tute, uno dei suoi capi iconici, sono qui presentate in pelle sartoriale e plastica trasparente colorata. Un guardaroba sportivo, ma infuso di spiritualità. Qualcuno l’ha definita una collezione sontuosa.

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Conclusioni

Per dovere di cronaca, bisogna anche ricordare che ad aprire la London fashion week maschile è stato un brand italiano, Iceberg (molto sport, molto loogo, molto blu e molto rosso) e a chiuderla Charles Jeffrey, con il suo mix di moda, cultura giovanile e vita notturna dell’East Side londinese. Come Xander Zhou, la sua collezione esplorava il transumanesimo e la dismorfia corporea.

In conclusione, la moda maschile (almeno quella che parla inglese) sembra prediligere sempre di più il lato sportivo. Il bilancio finale parla di collezioni al bivio tra sportswear, streetstyle e sartorialità, dove gli elementi tipici, iconici della moda inglese vengono rivisitati e modernizzati. Come, ad esempio, il classico trench reinterpretato da Chalayan. Ma si sono visti anche il Principe di Galles, pied de poule (Oliver Spencer), tartan e tanta perfezione sartoriale, quella che deriva da una lunga tradizione e da un grande know-how.

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Se questo basterà a tenere in piedi la London fashion week men’s si vedrà.

(Foto dal sito della London fashion week men’s)

Happy week!

…and remember: age does not matter

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