Tendenza moda // Gli “abiti parlanti”: parole, applicazioni, loghi

Tendenza moda // Gli “abiti parlanti”: parole, applicazioni, loghi

Iniziata negli Anni Sessanta, la tendenza moda dei cosiddetti “abiti parlanti” non è mai scomparsa del tutto ma oggi conosce un nuovo revival. Tra slogan, parole e logomania, ecco i 5 migliori look da copiare.

In principio furono le t-shirt. L’uso di parole e slogan risale agli anni Sessanta. La tendenza moda degli “abiti parlanti”, pur tra alti e bassi, non è mai scomparsa del tutto, anche se nelle ultime stagioni è tornata prepotentemente alla ribalta. Continua a leggere e scoprirai quali sono i 5 migliori look da copiare.

La prima designer ad utilizzare gli “abiti parlanti” in chiave di “propaganda”, come manifesti politici e di rivendicazione sociale fu Katharine Hamnett: celebre la maxi t-shirt con la quale, con uno stratagemma, riuscì a presentarsi ad un colloquio con l’allora premier britannica Margareth Thatcher per protestare contro l’installazione dei missili nucleari americani sul territorio inglese. Correva l’anno 1984 e questa foto fece letteralmente il giro del mondo. 

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Katherine Hamnett e Margareth Thatcher nel 1984

Abiti parlanti “politici”

Dopo di lei solo un’altra straordinaria designer ha fatto un uso “politico” e costante degli abiti parlanti: Vivienne Westwood. Le campagne di sensibilizzazione della regina del punk sono state molte e numerose e tutte di grande successo. Le hanno condivise star della musica come Mick Jagger, Madonna, David Bowie, Bob Geldof, George Michael o top model come Naomi Campbel

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Vivienne Westwood e la campagna “I am not a terrorist”
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Naomi Campbel indossa lo slogan di Westwood

A riportare gli abiti parlanti prepopentemente alla ribalta è stata, più recentemente, Maria Grazia Chiuri. Alla sua prima collezione per Dior, la stilista ha fatto uscire in passerella semplici magliette bianche con una scritta femminista facendo molto rumore (si è quasi parlato più delle sue magliette parlanti che del resto della collezione).

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La maglietta femminista di Chiuri per Dior

Come ogni tendenza moda, anche questa, comunque, si è evoluta e si evolve nel tempo. E ovviamente, ogni stilista la reinterpreta a modo suo. Merita una citazione uno dei più intriganti e discussi designer del momento, Demna Gvasalia. I suoi sono puri non-sense; non portano avanti alcuna causa; non sono didascalici.

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Vetements, AW2016

Gvasalia riesce ad essere anticonformista anche in questo. Provocatorio fino al punto da portare in passerella una “semplice” maglietta gialla che riproduce il logo della Dhl, noto marchio di spedizioni (per la gioia del suo amministratore delegato che ne ha approfittato subito sfoggiandone una). Il suo modo di portare la vita “vera” in quella “finta” della moda.

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Vetements, SS 2016

Prima di lui Jeremy Scott, nel 2014: la sua prima collezione per Moschino era un esplicito riferimento alla cultura consumistica americana.

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Moschino, 2014

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Tendenza moda: slogan, emoticon, loghi

Oggi parole, scritte, slogan, emoticon eccetera sono dappertutto. Non più solo sulle magliette, ma sulle scarpe, sulle borse, sui pantaloni, sulle maniche, sulle cinture, sui polsini, sui cappelli. Piacciono al punto che la t-shirt “Dhl” di Vetements, per dire, è andata esaurita in poche ore.

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Versace, 2016

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Il fatto è che indossando uno di questi abiti parlanti il consumatore si sente parte di una community, di una tribù, con cui condivide valori e filosofia di vita: Katharine Hamnett diceva che indossarne uno

è come fare di se stessi un brand.

Non c’è bisogno di parlare. Lo slogan permette di “avere voce” e di prendere posizione, di “schierarsi” e di farlo sapere in giro. Magari di “emergere”. O più semplicemente serve a noi stessi per gratificarci e/o per farci notare e attirare l’attenzione su di noi. Perché le scritte sugli abiti possono avere un significato immediato oppure non averlo affatto. Possono essere legate alla moda oppure no. Possono essere culturalmente rilevanti oppure del tutto irrilevanti. Insomma, tutto e il suo contrario. Il bello è proprio questo: ognuno può dare la propria interpretazione.

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Dolce&Gabbana, FW 2017

 

Così il designer riconquista il consumatore

Si sa che il nostro cervello tende naturalmente a cercare significati. Per questo la nostra attenzione è subito attratta da un disegno o da una parola. I designer lo hanno capito benissimo e per questo ne fanno ormai larghissimo uso. Hanno anche capito benissimo che il sempre più sfuggente e poco fedele consumatore di oggi va riconquistato ogni giorno e il miglior modo per farlo non è proporgli un nuovo prodotto (abbiamo gli armadi pieni…) ma proporgli una storia, evocare un desiderio. Lo storytelling si fa anche così. 

Basta una parola e il designer trasmette il proprio messaggio, la propria visione del mondo direttamente, senza mediazione alcuna, costruisce la propria comunità di riferimento, una communità di persone che condividono gli stessi valori e dunque si identificano con quel brand (restandogli fedeli…).

Per un po’ gli abiti parlanti hanno preso il sopravvento sul logo del brand, che andava invece forte negli Anni Novanta. Ora, il logo sta riconquistando il suo spazio con una nuova logomania. La tendenza moda, dunque, si arricchisce e non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Cinque look da copiare

E allora ecco i cinque migliori look di abiti parlanti da copiare dalle collezioni primavera-estate 2018.

Msgm

Una collezione molto colorata, allegra, pop. In una parola: giovane.

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Balenciaga

Pericoloso, come ciò che ci aspetta. E’ il tempo in cui viviamo. E la moda deve farlo così.

(Demna Gvasalia)

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Versace

A tutto celeste, un colore perfetto per la bella stagione! Fa pensare al cielo primaverile e al mare. Dona serenità, non vi pare?


Moschino

Tratto distintivo: contrasti. Sogni fanciulleschi e risvegli punk.


Balmain

Per i più coraggiosi (pvc e vinile sono altre due tendenze del momento…)

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Happy week!

…and remember: age does not matter 

Comments

1 Comment
  1. posted by
    Paola
    May 26, 2018 Reply

    articolo interessante e d’ispirazione!

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