Gucci alla Milano Fashion Week, futuro o confusione?

Gucci alla Milano Fashion Week, futuro o confusione?

In molti sono rimasti sconcertati dalla performance di Gucci all’ultima MFW. Piaccia o no, la sfilata entrerà nella storia della moda. Ecco perché

Anche voi siete incerti sul giudizio da dare alla sfilata di Gucci alla Milano Fashion Week? Non vi biasimo certo! In molti sono rimasti sconcertati. Perché i casi sono due: o Alessandro Michele è così avanti e proiettato nel futuro che in pochi riescono a stargli dietro. Oppure è solo rumore privo di senso. Personalmente propendo per la prima, ma non saprei spiegare bene perché. Diciamo che è una sensazione da profana.

La prima cosa che mi viene da dire è che questi show hanno ancora un senso, nell’era dello streaming, se non sono semplici sfilate di abiti. Con i social network non c’è bisogno di guardare una sfilata per vedere le collezioni. Quello che le persone cercano è un significato, una proposta, un’idea. Magari una filosofia di vita. Quindi non ci si può più limitare a presentare una semplice sfilata. Deve essere uno spettacolo nel senso pieno del termine. Come ha fatto Gucci. In ogni caso penso che di questa sfilata si parlerà a lungo e di sicuro è entrata nella storia della moda, che piaccia o no.

Per capirci qualcosa, ho pensato di condividere qui le opinioni di alcuni dei più autorevoli giornalisti del settore.

Simone Marchetti

Il giornalista di Repubblica sottolinea principalmente un aspetto: che questa non «è moda ma linguaggio». L’operazione (siamo pur sempre in una sala operatoria, no?) è quella di interrogarsi sul chi siamo e sul chi vogliamo essere. In passerella non sfilano abiti, ma tanti io non ben definiti, ambigui quel tanto che basta ad ognuno di noi per lasciare aperta la porta della propria creatività, della propria «libertà espressiva». Certo, nulla è lasciato al caso: Michele non improvvisa e sa esattamente quello che fa. Non per nulla questo Gucci non cambia la propria estetica, rivendicando di bandire la parola tendenza dal proprio vocabolario. Tuttavia, questa stessa estetica non è più solo decoro. E’ diventata essa stessa un simbolo proprio, si è fatta «linguaggio visivo, come fosse un insieme di emoji da vestire».

Qui la versione integrale dell’articolo

Suzy Menkes

Suzy Menkes ammette di essere stata come travolta da tutte quelle teste mozzate, dall’ambiente un po’ claustrofobico, dai grifoni e dai serpenti da non riuscire subito a concentrarsi sugli abiti. E poi, a ben vedere, elencare gli abiti visti sfilare sarebbe inutile. Anche per lei, infatti, è tutta una questione di identità, visto che il messaggio esplicito di Michele è: «Possiamo decidere di diventare chi siamo». Gucci (richiamandosi al Manifesto Cyborg) vuole rompere le categorie binarie: bello/brutto, normale/anormale, maschio/femmina, umano/animale. Perché, alla fine, «l’identità non è immutabile e fissata per sempre, ma piuttosto una costruzione sociale e culturale».  Un invito esplicito (e sano) a creare la propria identità, «che si tratti di una nuova realtà o una scelta di vestiti».

Qui la versione integrale dell’articolo.

Michele Ciavarella

Il giornalista di Style va subito al punto. Secondo lui Alessandro Michele distrugge «tutti quei significati che servono all’abito per definire un individuo e ne ricava un discorso sull’autodefinizione che fa invidia ai moderni sociologi». In altre parole, sottolinea Ciavarella, il messaggio di Gucci è che ognuno di noi può essere chi vuole essere solo se decide di smettere di uniformarsi ai modelli precostituiti, imposti da altri e univoci.

Meglio, sembra suggerire Michele, una identità meticcia, ancorché sempre in trasformazione. Tutto ciò, dice Ciavarella, nasce dall’esigenza di essere dentro i processi sociali, di osservarli e di leggerli per capire dove va il mondo. Infatti, il direttore creativo di Gucci lo dice esplicitamente nel backstage del dopo sfilata: «Spesso sono impaurito dalle cose che leggo e penso che il potere voglia soffocare qualcosa che invece sta succedendo tra le persone. Ma le cose succedono nonostante il potere. Credo che la moda oggi abbia una coscienza che non ha avuto nel passato, molti di noi non riescono a fare solo abiti ma sentono la necessità di inserire un messaggio».

Lo spazio disegnato da Gucci per la sfilata è quindi un laboratorio in cui un «pluriverso» di identità nuove cerca la propria strada «in perenne lotta contro una società carceriera che vorrebbe omologarli».

Qui la versione integrale dell’articolo

Che ve ne pare? Tornate a trovarmi, perché aggiornerò questo post man mano che troverò interventi degni di nota.

Il video della sfilata (Fashionetwork.com). Qui la gallery fotografica

 

 

Happy week!

…and remember: age does not matter

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