Demna Gvasalia, riflessioni a margine

Demna Gvasalia, riflessioni a margine

Come i manieristi del seicento o come un’avanguardista del Novecento, così Gvasalia sembra il profeta dell’antigrazioso. Ma come si riconosce una diversità autentica da una fasulla?

C’è chi è entusiasta di Demna Gvasalia. Chi è perplesso e giudica brutto il suo stile. Ma cosa è bello e cosa è brutto? Per secoli artisti e filosofi hanno tentato ognuno di dare la propria definizione. Guardando a posteriori a queste definizioni, ci si rende conto che, per dirla con le streghe del Macbeth, «il bello è brutto e il brutto è bello». Nel senso che entrambi i termini hanno cambiato significato nel corso del tempo, dimostrando di essere concetti relativi al periodo storico o alla cultura di riferimento. E non sempre c’entrano i criteri estetici: spesso una cosa (o un fatto) era (è) brutta o bella in base a criteri politici, sociali, economici, etici. Quella che (forse) non cambia mai è la reazione che suscita una cosa (ritenuta) bella o brutta: apprezzamento nel primo caso; orrore, repulsione o spavento nel secondo.

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Collezione Vetements 2016

Questa potrebbe essere la ragione per la quale la distinzione tra bello e brutto nell’arte è ancora un tema assai dibattuto: già nel Medioevo si diceva, per esempio, che il diavolo (che per definizione è brutto) diventa bello se la sua rappresentazione è bella, cioè ben fatta, proporzionata ecc. Di contro, il volto di donna di Picasso era giudicato brutto (dai detrattori) non in sé ma perché disegnato “strano”. Quando il “brutto”, nel senso di bizzarro e stravagante, non diventa esso stesso elemento espressivo del genio dell’artista (le figure dell’Arcimboldo, per esempio). Ecco: la deformazione manieristica cinque-seicentesca – espressione del rifiuto delle regole e dell’imitazione tout court della Natura – mi viene in mente guardando il lavoro di Gvasalia. E non è forse vero che le avanguardie cosiddette storiche furono una sorta di “trionfo del brutto” e di esaltazione dell’”antigrazioso”? Provocazioni contro la borghesia, la buona educazione, il conformismo e la denuncia di una società niente affatto bella, da parte di una generazione di artisti (pittori, scrittori, poeti) inquieti, tormentati, consapevoli di vivere in un’epoca buia e piena di orrori (siamo tra le due Guerre).

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Collezione Vetements 2016 e Balenciaga AI/2017

Chissà che Gvasalia (e altri designer come lui, spinti dal desiderio di percorrere altre vie, di andare oltre i riferimenti tradizionali del passato nella ricerca di un gusto alternativo) non avverta quella stessa inquietudine. Che è anche la nostra inquietudine: tra fine delle ideologie e fine-della-storia-che-non-è-finita, decisamente no, non viviamo in Normalistan. Quando – dopo la fine dell’Impero Romano, con il declino dell’agricoltura, lo spopolamento delle città, il crollo di acquedotti e strade – l’Europa sembra vivere in un clima di imbarbarimento generale, il gigantesco, lo smisurato, il contorto pullulano nei testi miniati, nei racconti, nei dipinti: figure mostruose che sono lo specchio di un’epoca in decadenza, percepita come una selva oscura, nel quale l’uomo è alla mercé di forze sconosciute e ingovernabili. In questo senso, credo, qualcuno, a proposito di Gvasalia, parla di “monster fashion”, a indicare qualcosa di “fantastico” che stupisce e spiazza. Forse un termine più calzante potrebbe essere perturbante, che evoca lo straniamento di fronte a qualcosa che appare incomprensibile e inspiegabile, perché sovverte le nostre certezze di persone “moderne”, che non credono ai “miracoli” o al “soprannaturale”, e dunque ci obbliga a riflettere, a capire, ad approfondire e ad interrogarci: chi sono? Dove vado?

Gvasalia è diverso?

C’è stato un tempo in cui la diversità era un valore negativo in sé. La vita quotidiana era scandita da rigidi codici sociali, politici, economici. Violarli poteva significare, nel migliore dei casi, il biasimo e l’ostracismo (ovvero la morte sociale), nel peggiore il rogo, la tortura, la morte fisica, insomma. Non che oggi, nel mondo, non accada più così: il sistema delle caste in India è ancora molto diffuso, per non parlare dell’emergere di un nuovo integralismo islamico. Anche in Italia, specie nelle regioni del Sud, la liberazione dei costumi è cosa relativamente recente.

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Balenciaga AI/2017 e Vetements 2016

Però si può dire che, nell’epoca contemporanea, sembra di essere nella condizione opposta: la diversità, nel senso di “uscire dal gruppo”, risulta essere spesso la chiave del successo. Come fosse una sorta di antidoto alla omologazione nella quale siamo immersi. Paradossalmente, mai come in questa era globalizzata comanda il pensiero unico: nell’economia, nella politica, nella cultura è difficile trovare punti di vista alternativi e… nelle strade di tutte le città del mondo si trovano gli stessi, identici negozi.
Con la globalizzazione uno si sarebbe aspettato l’incontro di culture; invece, in ossequio al detto “pesce grande mangia pesce piccolo” una cultura, un punto di vista, un pensiero ha prevalso su tutti gli altri. Per cui ci vestiamo tutti allo stesso modo, mangiamo gli stessi cibi e soprattutto desideriamo le stesse cose. In una società fortemente individualistica come la nostra, le persone, senza più riferimenti e modelli sociali e culturali, il proprio “stile” (in senso lato) devono andarselo a cercare e lo fanno in modo affannoso e qualche volta nevrotico (sarà anche per questo che si parla di mode?) e chi riesce a trovarlo emerge una spanna sopra gli altri. In questo senso, sì, lo street style (quello vero, però, non quello delle immagini postate su Instagram) diventa «intrusione del reale», perché è lì, sulla strada, nella vita quotidiana e senza filtri, che le persone possono essere colte per come realmente sono. «I miei riferimenti della moda non vengono dalla storia delle grandi Maison ma dalla strada. La mia idea di moda deriva dalla vita normale, non dalla declinazione delle mode dell’establishment» (queste sono parole di Alessandro Michele, ma siamo lì). E in questo senso non c’è dubbio che la decisione di Balenciaga di scegliere Gvasalia sia stata non solo lecita ma persino opportuna.
C’è però anche il rovescio della medaglia. Con il marketing a permeare ogni attimo della nostra vita e che sembra voler soppiantare anche l’informazione (se già non l’ha fatto), anche la diversità rischia di diventare essa stessa una moda per generare altro business. Una diversità finta, fine a se stessa; lo “stupire per il stupire” e “sotto il vestito niente”, per così di dire.

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Balenciaga AI/2017

La domanda da farsi, forse, se così stanno le cose, è come si fa a riconoscere la diversità vera da una fasulla. Credo che il discrimine possa trovarsi nella propensione al rischio e quindi nella indipendenza dalle (ferree) leggi del mercato, oltre che nel saper suscitare aspettative per il futuro: quel «potenziale distruttivo» e quella «audacia» che «generano il sentimento di una entusiasmante (o terrorizzante) discontinuità» per dirla con l’autore dell’articolo. E che, fatalmente, portano con sé nuovi modi di fare marketing e comunicazione, come dimostra anche l’ultima (per me geniale) campagna “Gucci and beyond”, i video-anteprima nei quali vengono intervistati degli extraterrestri. Ma poi gli alieni sono loro o siamo noi? Dalla strada siamo già passati alla galassia? Ai posteri l’ardua sentenza.
E a voi piace Demna Gvasalia?

Happy week!

…and remember: age does not matter

 

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