New Look vs old look: settant’anni passati invano?

New Look vs old look: settant’anni passati invano?

Era il 12 febbraio 1947 quando Dior presentava la sua prima collezione, subito ribattezzata “New Look”. Perché la moda oggi non sa più reinventare se stessa?

Il New look compie settant’anni. Era il 12 febbraio 1947 quando Christian Dior presentava alla stampa la sua prima collezione nei mitici saloni di Avenue Montaigne. Fu una sorta di big bang, per quello che venne ribattezzato appunto “New Look“. Ma il nome non rende l’idea. Quelle gonne a corolla, quelle spalle rotonde, quelle vitine da vespa non erano solo “nuove”: erano una rivoluzione che poteva essere portata avanti solo da chi avesse profonda consapevolezza della società del momento, dei suoi desideri, delle sue aspirazioni. La guerra era finita da appena due anni; gli orrori, le fatiche e la fame erano ancora negli occhi e le persone ardevano dal desiderio di tornare a vivere. La “divisa” del tempo di guerra andava in qualche modo archiviata, affinché si potesse davvero dire di aver voltato pagina.

new look dior

 

Dior cambia tutto, mandando in soffitta all’istante le silhouette costruite e squadrate fatte di tessuti pesanti e rigidi, di tacchi ortopedici, di gonne tese che davano alla figura femminile un aspetto boxy (da scatola), per sostituirle con fiumi di stoffe pregiate in un turbinio di seta e chiffon. D’altra parte c’era anche da ridare vita alla industria tessile che durante il periodo bellico, a causa del razionamento delle materie prime, era rimasta pressoché ferma e non per caso a finanziare l’impresa di Dior permettendogli di aprire il suo primo atelier (8 ottobre 1946) era stato Marcel Boussac, re del cotone e imprenditore tessile: per confezionare una gonna-corolla  New Look occorrevano ben 15 metri di stoffa; per un abito da sera addirittura 25. E pazienza se, per realizzare quelle silhouette, fossero necessari guêpière, stecche di balena e stringivita, insomma tutte quelle costrizioni e schiavitù da cui Coco Chanel aveva liberato le donne fin dagli anni Venti: le donne impegnate d’allora non la presero bene, accusando Dior di voler far tornare le donne all’Ottocento. In realtà non era così, non fosse che per il successo clamoroso del New Look, ma soprattutto perché Dior non faceva altro che assecondare, anticipandolo, lo spirito del tempo, ala ricerca di una ultra femminilità non mortificata dalle restrizioni del tempo di guerra. Lui voleva «rendere belle le donne». Altrimenti non spiegherebbe nemmeno perché gli uomini del tempo la presero come una provocazione.
Dopo Dior forse solo Yves Saint Laurent ha saputo imprimere alla moda una svolta altrettanto radicale, anticipando il Sessantotto e inventando, con grande scandalo, il prêt-à-porter (tanto per fare un esempio).

new look dior

Questo anniversario tondo, questi settant’anni ci aiutano però a misurare la distanza tra la moda di allora e quella di oggi, dove scarseggiano l’originalità e la creatività. Che sembrano diventate inversamente proporzionali alle capacità finanziarie e ai giganteschi fatturati dei colossi multinazionali nelle cui mani si concentrano i marchi famosi.
Il perché è presto detto: «Difficile oggi la strada dell’originalità: produzione e distribuzione la sconsigliano e la ostacolano» ribadisce spesso Michele Ciavarella, (altamente consigliata la lettura del suo “Manifashion: manifesto critico per la moda del XXI secolo”, una raccolta dei suoi articoli pubblicati per la rubrica settimanale che esce sul Manifesto). Il marketing e il fatturato dominano ogni scelta; gli amministratori delegati si fanno «inventori di borsette e accessori» o «impongono ai designer di inserire nelle collezioni capi che secondo loro saranno i best seller di stagione»; i direttori creativi diventano Ceo entrando a far parte in tutto e per tutto del management. Così, «da quando i creativi sono uomini di marketing la moda cita se stessa in un ciclo continuo».
Se a questo si aggiungono il sistema di potere del fashion system rigidamente gestito dalle medesime multinazionali per il tramite della grande informazione (Vogue ma non solo); i successi planetari quanto effimeri prodotti dai fenomeni social e dai nuovi media; l’omologazione; l’autoreferenzialità di stilisti e mezzi di informazione, si capisce perché la moda riesca oggi solo a replicare se stessa anziché a reinterpretarsi.
«La capacità impunita – scrive Michele Ciavarella – che hanno i giovani designer di oggi di parlare del nulla e rivolgersi a un passato che non conoscono per interpretare il presente è quello che Pierre Bergé, già nel 2001, ha chiamato “La morte della moda”».
Ma siccome pare brutto finire un articolo in un modo così pessimista, lascio la parola a Monsieur: «La moda evolve sotto l’impulso di un desiderio e cambia per effetto di una ripulsa». C’è ancora tempo, insomma, per la nuova moda del XXI secolo.

Happy week

…and remember: age does not matter
 
 

 

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