La scelta di Giorgio Armani, nella moda avanza il codice etico

La scelta di Giorgio Armani, nella moda avanza il codice etico

Giorgio Armani dice addio alle pellicce. Il cruelty free sempre più fashion grazie anche (e soprattutto) a progetti innovativi e intelligenti come Ethical Code.

La notizia ha fatto il giro del mondo in un battibaleno: Giorgio Armani (che quest’anno compie 40 di eccellenza nell’industria della moda) dice addio alle pellicce. A partire dalla stagione autunno-inverno 2017-2017 le collezioni del Gruppo (la seconda impresa italiana per reputazione al mondo) saranno dunque “fur free”. Evviva! E’ davvero un colpo mortale ad una pratica assurda ed anacronistica, specie ora che «il progresso tecnologico raggiunto in questi anni ci permette di avere a disposizione valide alternative che rendono inutile il ricorso a pratiche crudeli nei confronti degli animali». E non c’è altro da aggiungere. La moda etica fa un altro (gigantesco) balzo in avanti.

La decisione di Giorgio Armani fa scalpore, naturalmente, ma bisogna dire che sono molti i marchi (nomi più o meno famosi) che stanno via via attuando procedure di produzione e operando scelte nella direzione di un maggior rispetto dell’ambiente e degli animali (ne ho parlato qui) e anche di un minor sfruttamento dei lavoratori del settore tessile che in alcune parti del mondo (in Bangladesh, per esempio) fa tornare alla mente i tempi dello schiavismo (ne parlo qui). Per la maggior parte, però, si tratta di piccole realtà che tentano di ritagliarsi un loro spazio nel grande (e difficile) mondo della moda puntando su produzioni limitate, realizzate a mano, originali e uniche, che utilizzano materiali naturali o non inquinanti, che riciclano e riutilizzano materiali considerati di scarto realizzando abiti e accessori di grande effetto.

Tiziano Guardini

Certo, dietro la nuova moda etica (di cui Giorgio Armani rappresenta ora un’avanguardia nella haute couture) c’è la sensibilità dei consumatori e una crescente domanda di prodotti che rispettano l’ambiente, la salute, che non provocano inutili sofferenze agli animali, che rispettano i diritti dei lavoratori. Ma c’è anche l’opera di chi ha deciso di fare di questa battaglia qualcosa di più di una mera opera di sensibilizzazione. E sto parlando di Ethical Code, un’idea nata solo nel 2014 e già diventata un punto di riferimento, tanto da approdare alla Milano Fashion Week.

Ugo Masini

La fondatrice si chiama Stefania Depeppe e ha un progetto ambizioso: abbattere la «discordanza tra “elegante, di tendenza, di classe e di qualità” ed “etico, non violento, rispettoso”». Non solo nel campo della moda, ma anche del design, dell’architettura, del cibo, della cosmesi, dei viaggi. Una scommessa già in parte vinta, se si considera che in così poco tempo sono già due le edizioni dell’Ethical Fashion Show, andate in scena durante la settimana milanese della moda, e che si va sempre più allungando l’elenco di brand, italiani e non, che presentano proprie collezioni sotto il marchio dell’Ethical Code, cioè che rispettano la vita e la natura, utilizzando materiali innovativi, l’eco-pelle, la seta vegetale, o materiali riciclati.

Francesco Romualdo Mr Ciaccia

Ma la scommessa è già vinta soprattutto perché il portale di Ethical code è diventato «l’anello di congiunzione tra etica ed estetica», grazie ad un grandissimo lavoro di ricerca: come ha spiegato la stessa Stefania Depeppe in una recente intervista, i designer e i marchi vengono scelti tenendo insieme i due aspetti: i prodotti devono essere cruelty free, ma anche belli e di tendenza; rispettosi dell’ambiente ma anche delle condizioni di lavoro; artigianali ma anche innovativi. E c’è spazio persino per quei designer che, pur non essendo “etici” al 100%, però decidono di realizzare una linea o una capsule secondo i principi dell’Ethical code: «Li promuoviamo lo stesso», dice Stefania Depeppe.

Francesco Romualdo Mr Ciaccia 
Naturalmente, uno come Giorgio Armani non ne ha bisogno (!!!), ma ormai Ethical code è una realtà riconosciuta e stimata, che raccoglie sempre più consensi anche tra gli addetti ai lavori, collaborazioni con riviste e magazine e non mancano progetti futuri anche a livello internazionale. Per la cronaca, si tratta di un’esperienza al femminile, alla quale collaborano professioniste di vari settori (marketing, architettura, giornalismo). Brave!

Le immagini, che mettono in evidenza quanto sia interessante questo progetto, sono tratte dal sito di Ethical code e rappresentano una selezione dall’ultimo Ethical Fashion Show; per una sintesi dei brand e delle collezioni proposte, vi rimando a quest’altra intervista di Stefania Depeppe.

Happy week! (and “#ingoodwetrust!)

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