ShareWear, ovvero l’armadio condiviso: l’ultima (pazza) idea svedese

ShareWear, ovvero l’armadio condiviso: l’ultima (pazza) idea svedese

 

ShareWear, una collezione di abbigliamento made in Sweden che non si compra ma si prende in prestito

Dunque dunque. Il progetto si chiama ShareWear (Sharewear.se) e coinvolge alcuni dei brand più importanti della moda svedese (qui l’elenco) chiamati a creare una collezione che non si compra, ma si scambia. Sì, proprio così. Con lo slogan «lo stile che i soldi non possono comprare», il progetto ha un obiettivo mooolto svedese: ridurre i rifiuti!

E’ la nuova frontiera della sharing economy (quella che ricicla, riutilizza e condivide) nell’ottica di ridurre l’inquinamento e l’uso delle risorse del pianeta. E che qui si presenta in una versione, diciamo così, modaiola.

Infatti, chiunque può chiedere in prestito gli abiti ShareWear a patto che poi a sua volta li condivida con altri: a parte l’aspetto ecologico, è anche un buon modo per avere un guardaroba che si rinnova sempre. E senza spendere un soldo! Non male, no?

Alcuni degli oggetti che fanno parte della collezione Sharewear

ShareWear funziona in questo modo: si deve cercare l’hashtag #sharewear su Instagram e quando si trova un oggetto che si vuole prendere in prestito bisogna lasciare un commento: chi prima commenta, prima si aggiudica l’oggetto. Ma bisogna fare attenzione perché non è prevista la spedizione: ci si deve accordare per la consegna a mano (sennò che social è?) e quindi prima bisogna verificare che colui che cede l’oggetto sia nei nostri paraggi. Dopo una settimana (di uso e di sfoggio), l’oggetto va… rimesso in circolo con un nuovo post su Instagram, il solito hashtag #sharewear e la geolocalizzazione, non prima di averlo lavato e stirato per bene (è buona regola condividere l’oggetto nelle stesse condizioni in cui lo si è ricevuto).

Che si tratti di un progetto di promozione dell’immagine della Svezia non c’è alcun dubbio, se non altro perché a promuovere ShareWear sono l’Ente nazionale per il turismo e lo Swedish Institute, un’agenzia pubblica che promuove la Svezia in tutto il mondo: ShareWear fa parte di un programma più ampio che si chiama Democreativity, definito un «invito aperto a esplorare il potenziale della creatività». Ma ciò non sta impedendo alle persone di prendere parte all’iniziativa (sono già 350 i post con l’hashtag #sharewear) e anzi alcuni oggetti hanno già iniziato ad attraversare gli oceani.

 

 

D’altra parte, la Svezia è anche la patria di H&M, che produce grandi quantità di abiti (una vera e propria tassa sull’ambiente) che, prima o poi, finiscono in discarica. Si tratta di «milioni di tonnellate di tessuti che ogni anno vengono gettati via»: ShareWear spera, invece, che con questa iniziativa gli abiti passino di persona in persona finché non siano più indossabili (ma riciclabili, questo sì!).

A voi sembra una buona idea?

Happy weekend!

 

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