Moda ed ecologia: H&M è animal-friendly

Moda ed ecologia: H&M è animal-friendly

H&M ha vinto il Libby Awards 2015 con il quale Peta premia le aziende che rispettano i diritti degli animali. Avanza la moda eco-friendly.


Io non sono una grande estimatrice di H&M né, più in generale, delle grandi catene di abbigliamento (Zara & co.). Ogni tanto ci provo, ma il più delle volte esco avendo comprato poco o nulla: non mi si accende mai una luce, non vengo quasi mai folgorata da un abito o da una maglia; anzi, il più delle volte mi gira la testa: troppe cose, troppa confusione, troppo “rumore”. Non è, giuro, per partito preso; è che io sono fatta così: fragile, incerta, indecisa; ho bisogno di concentrarmi per capire cosa voglio davvero, cosa davvero mi piace e in questo il grande magazzino non aiuta…! Inoltre, rifuggo dallo standardizzato, dalle produzioni in serie, globalizzate, che ritrovi uguali in qualsiasi parte del mondo ti trovi. Poi, devo ammettere che alcune operazioni, come le collaborazioni con brand del lusso (ultima quella di H&M con Balmain) sono geniali (anche se io, inutile dirlo, non ho comprato nulla…).

Se, però, siete fan di H&M, oggi avete un motivo in più per comprarne i prodotti: il colosso svedese dell’abbigliamento, infatti, è il vincitore del Libby Awards 2015, per essere stato riconosciuto come “Best Animal-Friendly Clothing Company” da Peta, l‘organizzazione animalista che si batte affinché i nostri amici a quattro zampe siano trattati in modo etico. Io, che amo tutti gli animali (davvero nessuno escluso) e che convivo con tre (anzi due, uno se ne è appena andato) cani e due gatti, do da mangiare agli uccelli in giardino, e faccio bird-watching, non posso che essere contenta che un’azienda o una società accanto alla ricerca del profitto metta al centro della propria attività il rispetto per gli animali. Chapeau H&M!

Ma il tema della moda ecologica, attenta all’ambiente più in generale, è di grande attualità anche in relazione ai cambiamenti climatici. Come qualsiasi altra industria, anche quella della moda produce inquinamento e consuma energia e ha, dunque, le sue responsabilità. Prendiamo il denim, uno dei tessuti più amati e venduti al mondo: per ottenere la morbidezza estrema che ci piace tanto o quelle tonalità fantastiche di indaco occorrono processi chimici estremamente inquinanti. Un problema che alcune grandi marche hanno cominciato a porsi, cercando di riscattarsi e di non finire sul banco degli imputati individuando nuove tecniche di produzione. Un esempio è G Star Raw, che ha realizzato una collezione chiamata “Raw per gli oceani”, i cui prodotti e in particolare i jeans erano fatti di fibre bioniche innovative, contenenti plastica riciclata proveniente appunto dall’oceano. L’etichetta svizzera Freitag ha invece sviluppato un nuovo materiale, il F-Abric, composto solo da fibre vegetali biodegradabili, mentre 1083, un giovane marchio francese creato da due fratelli, mette l’accento sulla tracciabilità e la filiera corta. ITWEkyog produce jeans 100% biologici con cotone organico ed un processo di candeggio naturale. Non solo marchi indipendenti, ma anche la fast fashion si sta attivamente impegnando come H&M (di nuovo chapeau!o Bonobos che hanno iniziato a produrre vestiti nuovi, jeans soprattutto, da capi riciclati.

Un momento della sfilata “Cambiare moda per il clima” organizzata a Parigi in occasione di Cop21

La recente COP21 (la conferenza internazionale sui cambiamenti climatici che si è svolta in dicembre a Parigi) è stata un’altra occasione importante per una svolta ecologista dell’industria della moda, che, va ricordato, è il secondo settore industriale più inquinante al mondo. Per esempio, è stata firmata una carta di impegni tra il ministro francese dell’Ecologia, Ségolène Royal, l’Unione delle Industrie Tessili e alcuni stilisti. Dietro il progetto c’era l’associazione, Universal Love (fondata dalla stilista Isabelle Quéhé), che ha organizzato seminari e una sfilata di moda con 23 marchi etici che progettano le loro collezioni nel rispetto dell’ambiente ma anche delle persone.

Un momento della sfilata “Cambiare moda per il clima” organizzata a Parigi in occasione di Cop21

Si tratta di primi passi, che si basano per lo più sulla sensibilità di singole personalità. L’ultima parola, manco a dirlo, spetta a noi consumatori, che con le nostre scelte possiamo influenzare i produttori. Ecco, per il 2016 un buon proposito potrebbe essere questo: scegliere, tutte le volte che è possibile, abbigliamento, scarpe e accessori prodotti nel rispetto degli animali, dell’ambiente e dei diritti delle persone.

Happy day!

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