Quando la moda è poco etica

Quando la moda è poco etica

Dopo la tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh poco è cambiato. Ma moda ed etica possono andare d’accordo. Il potere dei consumatori.

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Oggi è Santo Stefano, siamo ancora nel pieno delle feste natalizie; il periodo dell’anno in cui ognuno di noi si sforza di trovare (o di ritrovare) un po’ di serenità (almeno in apparenza) prima di ripiombare nel caos, nella frenesia e nei problemi quotidiani. E’ anche il periodo dell’anno nel quale, volenti o nolenti, è più facile pensare alle persone più sfortunate: la Caritas organizza i pranzi di Natale per i poveri e per gli immigrati; molte famiglie aprono le porte della propria casa per offrire, almeno per un giorno, un po’ di conforto a chi una casa non ce l’ha; le organizzazioni di solidarietà propongono le adozioni a distanza di bambini dei paesi del Terzo e Quarto mondo.
Poiché questo è un blog che si occupa di moda, io oggi voglio dedicare un pensiero alle 1.129 persone, quasi tutte donne, che sono morte il 24 aprile 2013 nel crollo di un edificio commerciale di otto piani, l’ormai famigerato Rana Plaza, a Savar, un sobborgo di Dacca, la capitale del Bangladesh. L’edificio ospitava negozi, diversi appartamenti, una banca ma soprattutto diverse fabbriche di abbigliamento, che occupavano i piani superiori dello stabile. Alle prime avvisaglie, negozi, banca e appartamenti erano stati sgomberati e chiusi, mentre alle operaie delle fabbriche tessili era stato ordinato di tornare al lavoro regolarmente il giorno dopo. Fu un’ecatombe.

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Ci sono realtà, ancora oggi, nel terzo millennio, in cui i diritti delle persone vengono sistematicamente calpestati in nome di interessi economici “superiori”. La corsa al profitto non guarda in faccia a nessuno e travolge donne, uomini, anziani e anche minori. L’arma di questi negrieri del nostro tempo è il ricatto: sanno bene di poter sempre contare su un esercito di persone disperate, pronte a farsi sfruttare fino alla morte pur di avere di che campare. Se non è schiavitù, poco ci manca.
Pensate che, dopo questa tragedia, si siano presi adeguati provvedimenti per impedire che altre ne succedano? Sbagliato. Certo, molte fabbriche hanno subito ispezioni e alcune sono state chiuse, ma, come ha messo in luce un recente studio dello Stern Center for Business and Human Rights della New York University, in molte di quelle ancora funzionanti i dipendenti non hanno avuto alcun miglioramento delle condizioni di lavoro (orari, salubrità e igiene dei locali).

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Il fatto è che l’industria dell’abbigliamento del Bangladesh vale 25 miliardi di dollari, pari a 23,1 miliardi di euro e non c’è marchio o griffe (anche del lusso) del mondo che non produca lì una parte delle proprie collezioni. Lo studio americano ha evidenziato che più di 7.000 fabbriche in Bangladesh stanno producendo merci per l’industria globale dell’abbigliamento, circa il doppio delle 3.600 fabbriche esportatrici ufficiali che la Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association (Associazione dei Produttori ed Esportatori di Abbigliamento del Bangladesh, ndr.) afferma siano operative. Si tratta per lo più di stabilimenti di piccole e medie dimensioni, i cui lavoratori producono beni per i marchi esteri per il tramite di fabbriche più grandi. E’ il meccanismo micidiale dei subappalti, che fa un po’ comodo a tutti: sia agli intermediari del posto, sia alle corporation straniere che così non devono assumersi responsabilità. «Sebbene i marchi globali asseriscano di applicare politiche rigorose contro il subappalto, in realtà milioni di lavoratori e migliaia di fabbriche più piccole stanno producendo le loro merci», ha ben spiegato Sarah Labowitz, condirettore dello Stern Center for Business and Human Rights.
Un circuito opaco, che sfugge ai controlli, con bassi costi di produzione (la manodopera bengalese è la peggio pagata al mondo ed è per questo che in pochi anni il Bangladesh è diventato il secondo produttore di abbigliamento dopo la Cina) e poche regole da rispettare, nel quale la corruzione e la fame di guadagno fanno il resto: produrre in Bangladesh conviene. E infatti è lungo l’elenco di marchi e griffe che fanno realizzare nel paese asiatico i propri vestiti: H&M, Gap Inc, Levi Strauss&Co e Marks&Spencer, Benetton, Zara, Mango. Con il che è svelato il motivo di prezzi così bassi: per carità, non è che per comprare un vestito uno debba per forza spendere un capitale e molte di queste aziende hanno sottoscritto accordi internazionali per garantire condizioni di lavoro rispettose dei diritti umani. Ma mi chiedo come sia possibile garantire un equo compenso al primo anello della catena (il lavoratore bengalese, in questo caso) considerato quanto è lunga la lista di tutti quelli che devono guadagnare sui 40 euro di una gonna o gli 80 di un cappotto.
Ma quel che è peggio è che non disdegnano (o non hanno disdegnato) di approfittare delle vantaggiose condizioni di produzione in Bangladesh nemmeno griffe del lusso come Ralph Laurent, Armani, Hugo Boss: non commento, mi limito a segnalare questo utile articolo de Il Post (ma se vi interessa l’argomento in rete trovate molto altro ancora).

Possiamo fare qualcosa noi? Sicuramente sì. Anzi dobbiamo, perché se non stiamo attenti, prima o poi le condizioni di lavoro peggioreranno anche per noi lavoratori del primo mondo. I consumatori hanno un potere fenomenale nell’orientare le scelte e le decisioni, tanto più oggi nell’era di internet e dei social network. Usiamolo, questo potere. Possiamo imparare ad essere selettivi, a saper scegliere e, qualche volta, a dire no. Possiamo anche sostenere chi si batte per migliorare la condizione di lavoro a tutti coloro che nel mondo sono impiegati nell’industria dell’abbigliamento come Cleanclothes.org. Questo potrebbe essere un bel proposito per il 2016.

Buon Santo Stefano!

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